I dazi annunciati da Donald Trump possono avere effetti anche sull’Italia: export, imprese, lavoro, prezzi e bilanci familiari. Nell’intervista condotta il 21 Gennaio 2026, da Elvira Carpentieri e Francesco Cacciola, Alan Friedman analizza rischi e scenari del nuovo disordine economico globale.
Dazi USA: perché la guerra commerciale riguarda anche l’Italia
I dazi annunciati da Donald Trump non sono soltanto una questione americana. Possono incidere sugli equilibri commerciali globali, sulle esportazioni europee, sulla competitività delle imprese italiane e, indirettamente, anche sulle famiglie.
Di questo si è discusso nell’intervista ad Alan Friedman, economista e giornalista, condotta da Elvira Carpentieri e Francesco Cacciola.
Il confronto ha toccato diversi temi: la guerra commerciale tra Stati Uniti, Cina ed Europa, il rischio per il Made in Italy, la volatilità dei mercati finanziari, gli effetti sull’inflazione e le possibili ricadute su costo della vita, debiti e sovraindebitamento.
Guerra commerciale globale o propaganda?
Elvira Carpentieri ha aperto l’intervista con una domanda diretta:
“Possiamo davvero parlare di una guerra commerciale globale oppure, come dicono altri, è solo propaganda?”
Secondo Alan Friedman, non si tratta soltanto di propaganda. La sua lettura è netta: gli Stati Uniti avrebbero avviato una guerra commerciale di ampia portata non solo contro la Cina, ma anche contro l’Europa e contro molti altri Paesi.
Alla base vi sarebbe una visione economica fondata sull’uso dei dazi come strumento di pressione politica ed economica. Trump, secondo Friedman, non crede più nel libero commercio come principio regolatore dei rapporti internazionali, ma considera i dazi un modo per ottenere vantaggi per gli Stati Uniti.
Il rischio è l’apertura di una fase di escalation, nella quale l’Europa dovrà decidere se reagire con una strategia negoziale unitaria o subire le conseguenze di un nuovo disordine commerciale.
Cosa prevedono, in concreto, i nuovi dazi?
Francesco Cacciola ha poi portato il confronto su un piano più tecnico:
“In che cosa consistono, in termini pratici, questi nuovi dazi reciproci che ha annunciato Trump?”
Friedman ha spiegato che Trump ha inizialmente annunciato dazi reciproci del 20% su molti prodotti provenienti dal resto del mondo, per poi ridurli temporaneamente al 10% per un periodo di 90 giorni.
Il nodo, secondo Friedman, è capire se quel 10% resterà una misura temporanea o diventerà una base stabile. In quest’ultimo caso, le conseguenze per l’economia italiana potrebbero essere significative.
Accanto ai dazi generali, Friedman ha richiamato anche le misure collegate alla cosiddetta “sicurezza nazionale”, con particolare riferimento ad automobili, acciaio, alluminio, farmaceutica e semiconduttori.
Il punto critico, secondo l’economista, è che settori ordinari del commercio internazionale vengono trattati come se rappresentassero una minaccia strategica. Questo consente agli Stati Uniti di applicare misure più aggressive, ma apre una fase di forte incertezza per imprese e mercati.
Il rischio per il Made in Italy
La guerra commerciale non colpisce tutti allo stesso modo. Per un Paese esportatore come l’Italia, il rischio principale riguarda la perdita di competitività.
Se un prodotto italiano diventa più caro negli Stati Uniti a causa dei dazi, il consumatore americano potrebbe acquistarlo meno. Questo può tradursi in minori ricavi per le imprese italiane, contrazione degli ordinativi e, nei casi più gravi, ricadute sull’occupazione.
Dopo aver affrontato il tema dell’automotive, Elvira Carpentieri ha chiesto:
“Abbiamo parlato dell’automotive, ma quali sono altre aziende esportatrici, parliamo del nostro territorio, che rischierebbero effettivamente nell’immediato?”
Friedman ha indicato diversi comparti potenzialmente esposti: agroalimentare, moda, acciaio, ingegneria, componentistica e manifattura.
Secondo la sua stima, l’Italia potrebbe subire danni economici rilevanti se i dazi venissero mantenuti o aumentati dopo la sospensione temporanea. L’economista ha parlato di possibili effetti per miliardi di euro e di un impatto anche sui posti di lavoro nei mesi successivi.
Si tratta di una previsione espressa da Friedman nel corso dell’intervista, da leggere come scenario di rischio legato all’evoluzione della politica commerciale americana.
Dollaro, Treasury e volatilità finanziaria
L’intervista si è poi spostata sui mercati finanziari.
Friedman ha richiamato l’attenzione sui Treasury bond, cioè i titoli di Stato americani, tradizionalmente considerati tra gli strumenti più sicuri al mondo.
Secondo la sua analisi, la tensione sui titoli americani e la debolezza del dollaro sono segnali importanti. Un dollaro più debole e un euro più forte rendono i prodotti europei più costosi per gli acquirenti statunitensi.
Per le imprese italiane esportatrici il rischio diventa doppio: da un lato il dazio, dall’altro un cambio meno favorevole.
In un contesto simile, imprese e investitori si trovano davanti a una difficoltà concreta: programmare scelte economiche quando non è chiaro quale sarà il quadro commerciale dei mesi successivi.
Dazi e famiglie: aumenteranno i prezzi?
Il tema è poi arrivato alle famiglie.
Elvira Carpentieri ha chiesto:
“Ovviamente i dazi andrebbero a danneggiare non solo le aziende che producono, ma anche le famiglie che magari si possono aspettare un aumento dei prezzi, tipo dei prodotti di uso, della tecnologia, degli alimentari, del carburante. Che ne pensa da questo punto di vista?”
Friedman ha distinto tra Stati Uniti ed Europa.
Negli Stati Uniti, l’effetto sui prezzi sarebbe più immediato. Se un prodotto europeo entra nel mercato americano con un costo più alto, quel costo viene spesso trasferito dall’importatore al consumatore finale. In questo modo i dazi possono alimentare l’inflazione.
In Europa, invece, l’effetto diretto non sarebbe necessariamente un aumento dei prezzi interni. Il rischio principale sarebbe un altro: vendere meno negli Stati Uniti.
Per l’Italia questo significa che il problema potrebbe arrivare in modo indiretto: minore export, minori ricavi per le aziende, possibile rallentamento produttivo, tensioni occupazionali e maggiore incertezza economica.
Il rischio stagflazione
Secondo Friedman, uno degli scenari più delicati è quello della stagflazione: economia che rallenta e prezzi che continuano a salire.
È una situazione difficile da gestire perché limita lo spazio di intervento delle banche centrali. Tagliare i tassi può aiutare l’economia, ma rischia di alimentare l’inflazione. Mantenerli alti può frenare i prezzi, ma può anche indebolire ulteriormente la crescita.
Per Friedman, i dazi possono contribuire proprio a questo effetto: meno crescita, più inflazione, più incertezza.
Chi c’è dietro Trump?
A un certo punto dell’intervista, Elvira Carpentieri ha chiesto ad Alan Friedman di chiarire meglio chi influenzi le scelte del presidente americano:
“Lei parla di persone incompetenti. Chi c’è dietro Trump?”
Friedman ha citato diversi nomi.
Il primo è Peter Navarro, indicato come uno dei principali consiglieri di Trump sui dazi. Friedman lo descrive come una figura molto dura nei confronti della Cina, vicina a posizioni fortemente ideologiche.
Nel corso dell’intervista viene richiamato anche un elemento particolarmente significativo: Navarro è stato in carcere dopo una condanna per oltraggio al Congresso, legata al mancato rispetto di una citazione della commissione parlamentare che indagava sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Friedman cita poi Howard Lutnick, ministro del Commercio, descritto come un uomo di Wall Street vicino a Trump; Scott Bessent, ministro del Tesoro, figura proveniente dal mondo della finanza; Steve Witkoff, imprenditore immobiliare e inviato di Trump nei rapporti con interlocutori internazionali.
Il quadro tracciato da Friedman è quello di un gruppo ristretto nel quale le decisioni sui dazi sembrano muoversi in un clima di forte imprevedibilità. Il problema, secondo la sua lettura, non sarebbe soltanto la scelta dei dazi, ma la mancanza di una strategia chiara e stabile.
Europa, Cina, India e Golfo: cambia la geografia del commercio
Friedman ha poi indicato un elemento che considera positivo: l’Europa starebbe cercando nuovi spazi di manovra.
Se gli Stati Uniti diventano un partner meno prevedibile, l’Unione Europea può essere spinta a rafforzare altri rapporti commerciali, guardando alla Cina, all’India e ai Paesi del Golfo.
Per l’Italia il tema è strategico. Le imprese esportatrici hanno bisogno di mercati affidabili, accessibili e stabili. Se il mercato americano diventa più difficile, diventa necessario diversificare gli sbocchi commerciali.
È uno dei passaggi più importanti dell’intervista: il commercio internazionale non è più solo una questione economica. È sempre più una questione geopolitica.
Che cosa accadrà al popolo europeo?
Francesco Cacciola ha quindi riportato il confronto sulle persone:
“Tutto questo che cosa accadrà invece al popolo? Il popolo europeo, ad esempio. Come dovrà affrontare secondo lei questa situazione?”
Friedman ha invitato alla prudenza, alla consapevolezza e all’informazione.
Secondo la sua lettura, siamo in un momento di alta volatilità e di forte cambiamento. Per questo è importante non assumere decisioni impulsive, soprattutto sul piano degli investimenti e della pianificazione economica.
Per le famiglie italiane, però, il tema non è astratto. Le crisi commerciali e geopolitiche possono avere effetti concreti sul lavoro, sui redditi, sul costo della vita, sull’accesso al credito e sulla sostenibilità dei debiti.
Quali margini ha l’Unione Europea?
Subito dopo, Francesco Cacciola ha chiesto:
“Ma quali margini ha l’Unione Europea in questo momento per negoziare con Trump? Alla fine ci sarà un accordo fra l’America e l’Europa?”
Friedman ha spiegato che l’Europa può negoziare, ma deve farlo con un interlocutore imprevedibile.
Secondo l’economista, Trump non sarebbe interessato soltanto a un accordo basato sull’azzeramento reciproco dei dazi. Vorrebbe ottenere un vantaggio diretto per gli Stati Uniti.
Per questo, l’Europa deve muoversi compatta. Per un Paese come l’Italia, che vive anche di export e di piccole e medie imprese, la forza negoziale europea può diventare uno strumento essenziale di tutela.
Russia, Cina e terre rare
Nel corso dell’intervista è stata posta anche una domanda sulla Russia:
“Trump ovviamente ha deciso di escludere temporaneamente la Russia dai dazi. Questa scelta che componente ha? Economica o è solo geopolitica come scelta?”
Friedman ha letto questa scelta soprattutto in chiave politica e geopolitica, richiamando il rapporto tra Trump e Putin.
Il confronto si è poi spostato sulla Cina, che ha reagito con misure forti, comprese contromisure sulle terre rare e sulle catene di approvvigionamento.
Secondo Friedman, Pechino dispone di leve rilevanti perché controlla settori strategici per l’economia globale. La guerra commerciale, quindi, non è solo uno scontro sui dazi: è anche uno scontro sul controllo delle filiere produttive.
Semiconduttori, smartphone e computer
La discussione è arrivata anche al settore tecnologico:
“Lo stop ai semiconduttori, le tensioni appunto sulle tech, molti se lo stanno chiedendo, può influenzare anche il prezzo poi degli smartphone, dei computer anche qui da noi?”
Friedman ha spiegato che le tensioni sui semiconduttori possono incidere sui prezzi, soprattutto se dovessero colpire componenti essenziali della produzione globale.
L’economia contemporanea è interconnessa. Una misura commerciale adottata dagli Stati Uniti può produrre effetti sulle forniture, sui costi di produzione, sui prezzi finali e sulla disponibilità dei beni anche in Europa.
Per le famiglie, questo significa che il nuovo disordine commerciale può riflettersi anche sui consumi quotidiani: tecnologia, beni importati, servizi e prodotti legati alle filiere globali.
Italia da sola o compatta con l’Europa?
Verso la parte finale dell’intervista è stata posta una domanda sul ruolo dell’Italia:
“Secondo lei l’Italia dovrebbe spingere per trovare degli accordi bilaterali con la Cina e gli Stati Uniti o restare compatta con l’Europa?”
Friedman ha risposto che l’Italia, facendo parte dell’Unione Europea, deve muoversi nel quadro europeo.
Le questioni commerciali e i negoziati sui dazi vengono gestiti a livello comunitario. Questo passaggio rafforza un punto centrale: in una fase di forte disordine internazionale, la compattezza europea può diventare decisiva anche per tutelare gli interessi italiani.
Dal disordine globale ai debiti delle famiglie
Nella parte conclusiva, Francesco Cacciola ha riportato l’analisi alla vita quotidiana delle famiglie italiane.
Il nuovo disordine globale può avere contraccolpi sull’Europa, sull’Italia, sulle piccole e medie imprese e sulle famiglie. Il punto centrale è l’incertezza.
Molte persone stanno già vivendo gli effetti dell’aumento del costo della vita, dei beni di prima necessità, delle bollette e dei tassi di interesse. Anche se i tassi potrebbero ridursi, il peso accumulato negli ultimi anni resta significativo per chi ha già debiti o rate in corso.
Quando il reddito resta fermo e le spese aumentano, il peso può ricadere direttamente su mutui, finanziamenti, carte revolving, prestiti personali, cartelle esattoriali e arretrati.
Debiti, rate e sovraindebitamento: perché agire prima è importante
La riflessione finale richiama un punto essenziale: quando una persona o una famiglia si trova in difficoltà, è importante sapere che possono esistere strumenti per affrontare situazioni debitorie diventate troppo pesanti.
Non sempre la soluzione è rinviare i pagamenti o contrarre nuovo credito per pagare vecchi debiti.
Nei casi più complessi possono essere valutati percorsi per riorganizzare le rate, rendere il debito più sostenibile e, quando ricorrono i presupposti, accedere alle procedure di sovraindebitamento.
Il tema centrale non è solo il dazio in sé, ma l’effetto domino che una crisi internazionale può generare: meno export, difficoltà per le imprese, incertezza sul lavoro, riduzione del reddito disponibile, aumento del costo della vita e maggiore fragilità per chi ha già debiti.
Per questo, davanti ai primi segnali di difficoltà, è importante analizzare la situazione debitoria, verificare la sostenibilità delle rate e valutare una strategia prima che la crisi diventi ingestibile.
Conclusione
L’intervista ad Alan Friedman, condotta da Elvira Carpentieri e Francesco Cacciola, mostra come i dazi annunciati da Trump non siano soltanto una questione di politica commerciale americana.
Le conseguenze possono riguardare l’Europa, l’Italia, le imprese esportatrici, i mercati finanziari, il lavoro e, indirettamente, anche le famiglie.
Le domande poste durante il confronto hanno seguito un percorso preciso: prima l’inquadramento della guerra commerciale, poi il funzionamento concreto dei dazi, quindi l’impatto sulle imprese italiane, sui prezzi, sull’Europa, sulla tecnologia e infine sulle famiglie.
Il nuovo disordine globale non resta confinato ai mercati finanziari o ai rapporti tra Stati. Può arrivare nella vita quotidiana attraverso il costo della vita, la perdita di potere d’acquisto, le difficoltà delle imprese, il lavoro e la sostenibilità dei debiti.
Per l’Italia, la sfida sarà duplice: proteggere il sistema produttivo e, allo stesso tempo, evitare che le tensioni economiche globali si traducano in nuove difficoltà per famiglie, lavoratori e piccole imprese già sotto pressione.