Il credito alle piccole e medie imprese campane è stato il tema al centro della nuova puntata di “A Conti Fatti”,  con Francesco Cacciola, presidente dell’Osservatorio Nazionale sul Debito, ed Elvira Carpentieri, presidente del Centro Studi sulla crisi economica delle famiglie italiane. 

Quando una piccola impresa non riesce a finanziarsi, il problema non riguarda solo l’azienda, ma anche i lavoratori, le famiglie che dipendono da quegli stipendi e il territorio che rischia di perdere occupazione e capacità produttiva. Se ne è parlato con l’ospite della puntata Alessandro Falco, vicepresidente di Confindustria Caserta con delega a Credito, Finanza e progetti speciali, dottore commercialista e specialista in finanza per PMI. 

Il credito alle PMI come problema strutturale

Il confronto si è aperto dando la parola ad Alessandro Falco che, sul tema dell’accesso al credito per le PMI, ha spiegato, come, ad oggi, tra banche e piccole e medie imprese, si sia inserito un nuovo codice di comunicazione, rappresentato dall’analisi del rating e della rischiosità aziendale. 

Si tratta di un passaggio che, da un lato, risponde all’esigenza di mantenere solido il sistema bancario; dall’altro, produce una selezione a monte che può escludere una parte significativa delle imprese dall’accesso al credito.

La solidità delle banche, secondo l’analisi emersa in puntata, passa dalla valutazione preventiva dei rischi. Tuttavia, questa stessa valutazione può diventare un ostacolo per molte PMI, soprattutto quando appartengono a settori più fragili, hanno limiti organizzativi o non dispongono di strumenti adeguati per presentarsi come soggetti finanziariamente affidabili.

Il punto, non è negare la necessità dell’analisi del rischio, ma comprendere come aiutare un numero maggiore di imprese a superare quella soglia di valutazione e a essere percepite come solide, ammissibili ed elegibili al credito bancario.

Il paradosso del credito: disponibile quando non serve, revocato quando serve di più

Francesco Cacciola ha portato l’attenzione su una dinamica che emerge spesso nelle situazioni di crisi aziendale: il credito viene concesso quando l’impresa appare solida, ma può essere ridotto o revocato proprio nel momento in cui l’azienda attraversa una fase di difficoltà.

Nel caso di imprese che non hanno perso clienti o mercato, ma che, per effetto di ritardi nei pagamenti, anticipo fatture non regolarmente onorato o peggioramento del rating, si ritrovano improvvisamente esposte al rischio di revoca delle linee di credito. Quando la banca chiede il rientro e l’impresa non riesce a farvi fronte, può aprirsi il circuito delle segnalazioni nelle banche dati, con conseguenze rilevanti sulla possibilità di ottenere nuova finanza.

Cacciola ha citato anche un caso professionale relativo a un’azienda agroalimentare, originariamente florida, che si sarebbe trovata esposta alla revoca di consistenti fidi bancari a seguito di una segnalazione collegata a una garanzia prestata in favore di un’altra attività. Il riferimento è stato utilizzato in trasmissione per evidenziare quanto un evento esterno, se non adeguatamente valutato, possa incidere sulla tenuta finanziaria di un’impresa e sulla sua continuità occupazionale.

I dati richiamati in puntata: accesso al credito in calo per le piccole imprese

Elvira Carpentieri ha introdotto il tema dei dati internazionali, richiamando il monitoraggio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sull’accesso al credito da parte delle PMI in 48 Paesi.

Secondo quanto riferito nel corso della puntata, in Italia l’accesso al credito per le piccole e medie imprese sarebbe diminuito del 4% dal 2022. La difficoltà, è stato precisato, riguarda in modo particolare le PMI, mentre le imprese di dimensioni maggiori riscontrerebbero minori criticità.

Il dato è stato collegato alla struttura produttiva campana, fondata in larga parte proprio su piccole e medie imprese. Per questo, la riduzione dell’accesso al credito non è stata letta come un fenomeno solo congiunturale, ma come un problema più profondo, che riguarda il rapporto tra domanda di credito, offerta bancaria e caratteristiche organizzative delle imprese.

Non tutti i fabbisogni finanziari possono essere coperti dalle banche

Sulla base del suo intervento, la presidente del Centro  Studi sulla  Crisi Economica delle Famiglie, ha chiesto ad Alessandro  Falco se se le PMI non abbiano progetti per richiedere credito o se fondamentalmente sono le banche che stringono i rubinetti perchè non ci sono i presupposti per l’erogazione del credito. 

Falco ha introdotto un passaggio di prospettiva: non ogni fabbisogno finanziario può trovare risposta nel sistema bancario. La cultura d’impresa, ha osservato, deve prendere atto del fatto che ci sono fasi e progetti che non possono essere coperti integralmente dalle banche.

È il caso, ad esempio, delle startup, dei momenti di cambiamento o delle fasi successive a una crisi. In questi contesti, secondo l’analisi proposta, può essere necessario un maggiore apporto di risorse proprie e una maggiore patrimonializzazione dell’impresa.

Il tema è particolarmente rilevante perché un’eccessiva concentrazione della domanda di finanza sul sistema bancario può produrre un effetto opposto a quello desiderato: invece di risolvere il problema, può rendere più evidente la fragilità dell’impresa e aumentare la distanza tra ciò che l’azienda richiede e ciò che la banca è disposta a concedere.

Rating, regole di Basilea ed effetto prociclico

Un’altra componente strutturale nel rapporto banca-impresa sono le regole di valutazione del rischio, riconducibili anche al sistema di vigilanza e alle regole di Basilea, che possono avere un effetto prociclico. In altre parole, quando un’impresa è già in difficoltà, il peggioramento del rating può rendere ancora più difficile ottenere nuova finanza. Al contrario, nelle fasi positive, la disponibilità di credito tende a essere maggiore.

Da qui l’esigenza, secondo Falco, di rafforzare l’organizzazione interna delle imprese. Se le regole del rapporto banca-impresa sono cambiate, le aziende devono dotarsi di strumenti adeguati per dialogare con il sistema bancario, monitorare i rischi e prevenire situazioni che possano incidere negativamente sulla propria affidabilità.

Il controllo di gestione, la pianificazione finanziaria e la capacità di valutare preventivamente i rischi diventano quindi elementi centrali non solo per ottenere credito, ma anche per evitare che singole operazioni o garanzie prestate senza adeguata analisi possano compromettere la stabilità dell’impresa.

Quando l’impresa mette a rischio la casa della famiglia

Un altro nodo affrontato in trasmissione riguarda le garanzie personali e familiari. Il piccolo imprenditore, soprattutto nelle realtà di dimensioni ridotte, può trovarsi a garantire finanziamenti aziendali con beni personali, compresa l’abitazione.

Cacciola ha osservato che non sempre le famiglie degli imprenditori percepiscono fino in fondo il rischio al momento della firma. Talvolta si parte da un forte ottimismo imprenditoriale, con la convinzione che l’attività andrà bene; altre volte la garanzia personale viene prestata in una fase già difficile, perché rappresenta l’unica condizione per ottenere nuova finanza o rientrare da precedenti esposizioni.

Il risultato, nei casi di crisi, può essere un trasferimento del problema dall’impresa alla famiglia. Quando l’azienda non riesce a onorare i debiti e le garanzie personali vengono escusse, le conseguenze possono riguardare i risparmi, l’abitazione e l’equilibrio familiare complessivo.

Da qui la riflessione sulla necessità di una maggiore educazione alla gestione del rischio d’impresa. Fare impresa comporta inevitabilmente rischi, ma questi rischi devono essere conosciuti, misurati e governati con strumenti organizzativi adeguati.

La Campania tra eccellenze produttive e settori a minore valore aggiunto

Nel corso della puntata Elvira Carpentieri ha fatto riferimento ai rapporti periodici della Banca d’Italia sul credito e sull’economia regionale, sottolineando che in Campania l’accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese risulterebbe rallentato. Ricordando anche  che il prodotto regionale campano non avrebbe ancora recuperato i livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2007. Un dato che, se confermato dalle fonti ufficiali, evidenzia la profondità del divario accumulato negli anni.

Carpentieri ha rivolto poi una domanda al dottor Falco, sulla possibile rimozione di questo blocco strutturale campano. 

Il vice presidente di Confindustria  ha invitato a leggere l’economia campana come una realtà “a macchia di leopardo”. Accanto a settori di eccellenza, come aeronautico, agroalimentare e farmaceutico, che registrano crescita dell’export e producono occupazione ad alto valore aggiunto, esistono comparti in espansione ma con minore capacità di generare salari elevati e risparmio.

Sono stati citati, tra gli altri, la logistica, il turismo e i servizi alla persona. Settori importanti per l’occupazione, ma non sempre sufficienti, da soli, a sostenere una crescita strutturale e diffusa. Il turismo, in particolare, è stato indicato come leva fondamentale, ma non come risposta unica ai bisogni occupazionali di una regione complessa e popolosa.

La questione, quindi, non è contrapporre i settori, ma consolidarli. Anche le attività a minore valore aggiunto, secondo la riflessione emersa, devono rafforzare la propria struttura organizzativa per aumentare produttività, capacità di investimento, remunerazioni e ricchezza diffusa.

Confidi e garanzie: un ponte sotto pressione

La puntata ha affrontato anche il ruolo dei Confidi, i consorzi di garanzia che tradizionalmente svolgono una funzione di collegamento tra banche e piccole imprese.

Secondo Cacciola, anche questi strumenti sono oggi sotto pressione, sia per l’aumento del costo del denaro registrato negli ultimi anni, sia per la concorrenza dei prestiti assistiti dalla garanzia dello Stato. In passato i Confidi contribuivano a migliorare le condizioni di accesso al credito; oggi, secondo la riflessione proposta, l’accesso a questi strumenti può essere condizionato da requisiti non molto diversi da quelli richiesti dal sistema bancario.

Da qui l’osservazione sulla necessità di tornare a valutare maggiormente non solo i parametri finanziari, ma anche il valore umano e la qualità del progetto imprenditoriale. Una valutazione che, tuttavia, deve sempre confrontarsi con le regole di rischio e con la sostenibilità economica dell’operazione.

ZES e investimenti: uno strumento utile, ma da rendere più programmabile

Elvira Carpentieri ha introdotto il tema della ZES, la Zona Economica Speciale del Mezzogiorno, richiamando la possibilità di riconoscere crediti d’imposta alle imprese che investono in beni strumentali. Ha posto poi ad Alessandro Falco se questo strumento viene effettivamente  utilizzato dalle aziende e se presenta degli ostacoli. 

Falco ha definito la ZES uno strumento molto utilizzato e potenzialmente centrale per sostenere gli investimenti delle imprese. Tuttavia, ha evidenziato alcune criticità operative.

La prima riguarda l’incertezza della dotazione finanziaria e della percentuale effettiva di agevolazione. Secondo quanto spiegato in puntata, quando le imprese non conoscono in anticipo la misura reale del contributo, diventa più difficile pianificare l’investimento. Il rischio è che lo strumento finisca per essere utilizzato soprattutto da aziende già strutturate, che dispongono comunque delle risorse necessarie per procedere, invece che da quelle per cui l’agevolazione sarebbe decisiva.

La seconda criticità riguarda la  capacità di poter programmare in più anni questi investimenti. Oggi la ZES si chiude nell’esercizio, quest’anno fino al 31 dicembre.  Molti investimenti industriali, come una nuova linea produttiva o un nuovo stabilimento, richiedono più anni per essere completati.Queste aziende, quindi, hanno sicuramente più difficoltà ad essere agevolate con questo intervento.  Per questo, secondo Falco, la possibilità di programmare gli investimenti su base pluriennale e la certezza delle fonti sarebbero due elementi fondamentali per rendere lo strumento più efficace.

Codice della crisi e debiti dell’imprenditore

La trasmissione ha poi spostato l’attenzione sul Codice della crisi, distinguendo tra crisi d’impresa e insolvenza della persona fisica.

Cacciola ha spiegato che, nelle piccole imprese, i debiti aziendali ricadono spesso sulla famiglia. Nelle società di persone, come ditte individuali, SNC o SAS, l’esposizione personale dell’imprenditore è diretta. Anche nelle società di capitali, però, l’accesso al credito può richiedere fideiussioni personali; di conseguenza, quando l’azienda non riesce a onorare il debito, i creditori possono rivalersi anche sui beni familiari.

Secondo Cacciola, il Codice della crisi ha migliorato il quadro, soprattutto per le realtà più piccole, consentendo in alcuni casi di affrontare esposizioni molto elevate attraverso strumenti giuridici più sostenibili rispetto all’ammontare complessivo dei debiti.

Nel corso della puntata è stato richiamato un esempio pratico relativo a un imprenditore con debiti superiori a un milione e mezzo di euro, maturati verso Stato, banche e altri soggetti, che avrebbe potuto affrontare la propria posizione attraverso la vendita di un terreno agricolo e una quota dello stipendio per un periodo limitato. Il caso è stato presentato come esempio della possibilità, in determinate condizioni, di tornare a una situazione di equilibrio attraverso gli strumenti previsti dalla normativa.

Fondo di garanzia PMI: il ruolo della garanzia pubblica

Ampio spazio è stato dedicato anche al Fondo di garanzia PMI. Elvira Carpentieri lo ha descritto come uno strumento attraverso il quale lo Stato facilita l’accesso al credito delle piccole e medie imprese, garantendo il finanziamento richiesto alla banca.

Nel corso della puntata sono stati richiamati alcuni dati: circa 248.000 accessi al Fondo in Italia e circa 5.600 istanze in Campania nell’anno precedente. Il dato, se confermato, mostra un utilizzo significativo dello strumento, anche nel territorio campano.

Come una piccola e media impresa può diventare bancabile? Questa la domanda posta da Carpentieri ad Alessandro Falco. 

Falco ha sottolineato il ruolo rilevante del Fondo di garanzia nella politica economica italiana degli ultimi quindici anni. Il Fondo, ha spiegato, non va inteso come una semplice messa a disposizione di risorse finanziarie da parte dello Stato, ma come un meccanismo che riduce il rischio per la banca e quindi rende più conveniente concedere credito alle PMI.

La garanzia pubblica, coprendo una quota significativa del rischio, riduce gli accantonamenti che la banca deve effettuare e migliora la convenienza economica dell’operazione. In questo modo, secondo l’analisi proposta, il Fondo contribuisce a superare almeno in parte l’effetto prociclico delle regole di valutazione del rischio.

Falco ha ricordato anche il ruolo del Fondo durante la crisi finanziaria del 2008 e durante la fase Covid, quando molte imprese avrebbero rischiato di non accedere alle risorse necessarie alla sopravvivenza. Il Fondo, secondo la riflessione emersa, dovrebbe essere rifinanziato e reso più stabile nel tempo, anche attraverso una prospettiva pluriennale.

Il rischio dei canali alternativi e dell’usura

Nella parte finale della puntata è stato affrontato un tema particolarmente delicato: cosa accade quando un’impresa perde l’accesso al credito bancario e cerca risorse attraverso canali alternativi.

Cacciola ha richiamato il rischio che alcune imprese, soprattutto piccole attività commerciali, possano rivolgersi a prestiti tra privati, finanziarie o, nei casi più gravi, a circuiti usurari. Nel corso della trasmissione sono stati citati dati attribuiti a Libera e ad associazioni antiusura, secondo cui una quota di piccoli commercianti di Napoli e della Campania avrebbe avuto contatti con l’usura criminale, con tassi che possono raggiungere livelli estremamente elevati.

Il passaggio è stato trattato come segnale di una criticità sociale e territoriale: quando il credito legale si interrompe e l’impresa non dispone di strumenti alternativi, il rischio è che la crisi economica diventi anche vulnerabilità personale, familiare e sociale.

Una questione che riguarda imprese, famiglie e territorio

La puntata di  “A Conti Fatti” ha mostrato come il tema del credito alle PMI non possa essere letto solo come una questione bancaria. Dietro una linea di credito negata, un fido revocato o una garanzia escussa ci sono imprese, lavoratori, famiglie e territori.

Il confronto ha evidenziato la necessità di più livelli di intervento: imprese più organizzate e patrimonializzate, strumenti pubblici più stabili e programmabili, maggiore educazione alla gestione del rischio, valutazioni bancarie capaci di tenere insieme prudenza e continuità produttiva.

Il credito, per le piccole e medie imprese campane, resta un nodo decisivo. Non solo per finanziare investimenti e crescita, ma per preservare occupazione, stabilità familiare e sviluppo del territorio.

Conti Fatti è andato in onda su Canale 9. La trasmissione torna il giovedì alle ore 20.