- A “Conti Fatti” il confronto con Franco Berrino sul costo dell’alimentazione. Francesco Cacciola analizza gli effetti dei rincari e del ricorso al credito sui bilanci domestici, mentre Elvira Carpentieri richiama i dati sull’inflazione, sul potere d’acquisto e sullo spreco alimentare
- Il carrello quotidiano continua a pesare sui redditi più bassi
- Cacciola: «La spesa alimentare è una delle prime voci che viene sacrificata»
- Quando si ricorre alle carte revolving per acquistare il cibo
- Quasi 700 euro di rincari stimati nel 2026
- L’esperimento dei 5 euro al giorno
- La crisi modifica anche il contenuto del carrello
- Spesa programmata e acquisti d’impulso
- Lo spreco alimentare costa oltre 7 miliardi nelle abitazioni italiane
- Mercati, biologico e prodotti di prossimità
- Bevande zuccherate e prodotti “zero”
- Ripartire dal controllo della spesa
A “Conti Fatti” il confronto con Franco Berrino sul costo dell’alimentazione. Francesco Cacciola analizza gli effetti dei rincari e del ricorso al credito sui bilanci domestici, mentre Elvira Carpentieri richiama i dati sull’inflazione, sul potere d’acquisto e sullo spreco alimentare
La crisi economica entra nelle case anche attraverso la cucina. Si manifesta davanti agli scaffali del supermercato, nella rinuncia a determinati prodotti e nella scelta, spesso dettata dall’urgenza, di alimenti capaci di saziare spendendo il meno possibile.
Ma mangiare in modo sano è davvero diventato un lusso?
È la domanda al centro della decima puntata di “A Conti Fatti – Il credito spiegato in modo chiaro”, realizzata in collaborazione con Debito Bancario. Ospite della trasmissione è stato Franco Berrino, medico ed epidemiologo, per anni impegnato nella medicina preventiva presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
In studio sono intervenuti Francesco Cacciola, presidente dell’Osservatorio Nazionale sul Debito, ed Elvira Carpentieri, presidente del Centro Studi sulla crisi economica delle famiglie italiane. Il confronto ha intrecciato salute, inflazione, organizzazione della spesa e sovraindebitamento, mostrando come le scelte alimentari siano sempre più condizionate dalla fragilità dei bilanci domestici.
Il carrello quotidiano continua a pesare sui redditi più bassi
Nel corso della trasmissione, Carpentieri ha richiamato l’aumento del 4,4% dei prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto. Il dato trova riscontro nella rilevazione definitiva dell’Istat relativa a maggio 2026.
L’aggiornamento di giugno fotografa un lieve rallentamento, ma non un ritorno alla normalità: l’inflazione generale si è attestata al 3%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente hanno registrato una crescita annua del 3,9%. Gli alimentari non lavorati, tra i quali rientrano molti prodotti freschi, sono aumentati del 4,4%.
Il peso dei rincari, inoltre, non si distribuisce in modo uniforme. Nel secondo trimestre del 2026, l’inflazione misurata dall’indice armonizzato è stata pari al 3,7% per le famiglie con minori livelli di spesa, contro il 2,6% rilevato tra quelle con capacità economiche più elevate. In altri termini, l’aumento dei prezzi continua a colpire maggiormente chi dispone di meno risorse.
Cacciola: «La spesa alimentare è una delle prime voci che viene sacrificata»
Francesco Cacciola ha ricondotto i numeri alla quotidianità delle famiglie seguite attraverso lo Sportello Ripartenza.
Quando il reddito non è sufficiente a coprire bollette, rate dei finanziamenti e altre uscite inderogabili, la spesa alimentare diventa una delle prime voci sulle quali si tenta di risparmiare. Si tratta della rinuncia apparentemente più immediata, ma anche di una delle più rischiose, perché può spingere a ridurre non soltanto la quantità, ma soprattutto la qualità di ciò che si porta in tavola.
«La spesa non può essere considerata un lusso», ha osservato Cacciola, sottolineando come l’alimentazione incida direttamente anche sulla prevenzione e, nel lungo periodo, sulle condizioni di salute.
La difficoltà è particolarmente evidente nei nuclei con redditi fissi, che non riescono ad adeguare le entrate alla crescita dei prezzi. In queste situazioni, anche un incremento mensile apparentemente contenuto può rompere un equilibrio già estremamente precario.
Quando si ricorre alle carte revolving per acquistare il cibo
Secondo Cacciola, molte famiglie esauriscono lo stipendio già nella prima metà del mese e sono costrette a ricorrere alle carte di credito revolving per acquistare generi alimentari, pagare le utenze o sostenere altre spese essenziali.
È uno dei passaggi più delicati emersi durante la puntata. Il sovraindebitamento, infatti, non nasce necessariamente da un singolo acquisto oneroso o da una decisione finanziaria eccezionale. Può svilupparsi lentamente, attraverso l’accumulo di piccoli squilibri mensili.
L’aumento degli alimenti, dell’energia e dei servizi sottrae progressivamente spazio alle disponibilità familiari. Una maggiore uscita di 50 o 60 euro al mese, ha spiegato Cacciola, può diventare determinante per chi già non dispone di alcun margine.
Il credito utilizzato per pagare la spesa non risolve la carenza di reddito: la rinvia, aggiungendo nuove rate e interessi alle uscite dei mesi successivi. In questo modo la famiglia rischia di entrare in un circuito nel quale il debito contratto per affrontare le necessità quotidiane contribuisce ad aggravare la difficoltà originaria.
Quasi 700 euro di rincari stimati nel 2026
Carpentieri ha riportato anche le stime elaborate dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori per il 2026.
L’associazione prevede un aggravio complessivo di 672,60 euro annui per una famiglia, calcolato considerando alimentazione, assicurazioni, trasporti, tariffe e altri servizi. La sola voce alimentare inciderebbe per 386 euro, con un aumento stimato del 4,78%.
Federconsumatori calcola inoltre che, nell’arco di cinque anni, i rincari abbiano eroso oltre 5.538 euro di potere d’acquisto per le voci prese in esame.
È importante precisare che non si tratta di dati consuntivi dell’Istat, ma di proiezioni elaborate dall’associazione dei consumatori. Restano, tuttavia, un indicatore significativo della pressione che le famiglie potrebbero continuare a subire durante l’anno.
A partire da questi numeri, Carpentieri ha rivolto a Berrino una domanda molto concreta: il cibo confezionato che appare economico perché venduto in piccole porzioni costa davvero meno?
L’epidemiologo ha invitato a controllare il prezzo al chilogrammo di merendine, barrette e snack. Prodotti che possono sembrare convenienti se osservati nel prezzo della singola confezione, ma che, rapportati al peso, possono raggiungere valori molto più elevati rispetto a cereali, legumi e altri ingredienti di base.
L’esperimento dei 5 euro al giorno
Berrino ha ricordato un esperimento condotto durante il periodo del lockdown. Per circa due settimane acquistò in un negozio biologico nel centro di Milano soltanto ingredienti da cucinare: cereali integrali, legumi, verdure di stagione, pasta, pane, uova e, in alcune occasioni, pesce.
La spesa media dichiarata fu di circa 5 euro al giorno per colazione, pranzo e cena, ridotta a 4 euro escludendo il pesce. L’esperimento è stato successivamente raccontato anche nel libro Il mandala della vita e in diversi interventi pubblici.
Il dato, però, deve essere letto correttamente. Non rappresenta una rilevazione scientifica né un costo aggiornato al 2026. Lo stesso Berrino ha riconosciuto durante la trasmissione che, dopo gli aumenti degli ultimi anni, sarebbe necessario rifare i calcoli.
Il valore dell’esperimento risiede soprattutto nel metodo: acquistare materie prime, scegliere prodotti stagionali, evitare preparazioni già pronte e cucinare in casa può ridurre sensibilmente il costo del singolo pasto.
La crisi modifica anche il contenuto del carrello
Cacciola ha evidenziato come le difficoltà economiche non incidano soltanto sulla quantità di cibo acquistata, ma cambino la composizione stessa della spesa.
Quando il denaro sta per terminare, la programmazione lascia spazio all’emergenza. Si tende a scegliere ciò che costa meno e dà una sensazione immediata di sazietà, senza poter valutare gli effetti nutrizionali nel lungo periodo.
Carpentieri ha sintetizzato questa dinamica con un’espressione netta: più calorie e meno nutrienti. Le famiglie possono essere indotte a privilegiare alimenti molto lavorati, ricchi di zuccheri, grassi o sale, nell’illusione che rappresentino la soluzione più conveniente.
Cereali, legumi, frutta e verdura di stagione possono invece costituire la base di un’alimentazione più equilibrata e, se acquistati e cucinati con attenzione, anche economicamente sostenibile.
Le Linee guida italiane del CREA indicano proprio nel modello mediterraneo il riferimento per una sana alimentazione e raccomandano di aumentare il consumo di alimenti vegetali, compresi i legumi, limitando zuccheri e altri prodotti da consumare con moderazione.
Anche la letteratura scientifica associa un consumo elevato di alimenti ultra-processati a un maggiore rischio di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e altri esiti negativi. Si tratta prevalentemente di associazioni osservate negli studi e non significa che ogni prodotto industriale sia automaticamente nocivo: contano la composizione, la frequenza di consumo e l’alimentazione nel suo complesso.
Spesa programmata e acquisti d’impulso
Dopo gli esempi di menù proposti da Berrino, Cacciola ha affrontato il tema dell’organizzazione.
Entrare al supermercato senza una lista, senza avere stabilito i pasti della settimana e senza conoscere il budget disponibile espone maggiormente agli acquisti d’impulso. Promozioni, confezioni accattivanti e prodotti non necessari possono far aumentare il conto e generare sprechi.
Cacciola ha stimato che una corretta programmazione possa incidere anche fino al 50% sulla spesa. Il valore va considerato come una valutazione pratica riferita alle situazioni osservate e non come una percentuale applicabile indistintamente a tutte le famiglie.
Resta valido il principio: definire un tetto di spesa, controllare ciò che è già presente in casa, preparare una lista e organizzare i pasti consente di ridurre gli acquisti superflui e di mantenere maggiore controllo sul bilancio domestico.
Lo spreco alimentare costa oltre 7 miliardi nelle abitazioni italiane
Elvira Carpentieri ha collegato la mancanza di programmazione allo spreco alimentare. Talvolta, anche nelle famiglie in difficoltà, si acquista più cibo del necessario e una parte finisce nella spazzatura.
Il Rapporto Waste Watcher 2026 stima che in Italia vengano gettati mediamente 554 grammi di alimenti a persona ogni settimana. Il valore dello spreco domestico supera i 7,36 miliardi di euro, mentre l’intera filiera, considerando famiglie, distribuzione e industria, arriva a oltre 13,5 miliardi.
Il fenomeno risulta in diminuzione rispetto all’anno precedente, ma il suo costo economico rimane enorme.
Carpentieri ha richiamato le abitudini delle generazioni precedenti: acquistare ciò che era realmente necessario, scegliere prodotti stagionali e riutilizzare gli avanzi. Comportamenti nati dall’esigenza di far quadrare i conti, ma progressivamente abbandonati con la diffusione di modelli di consumo più veloci e meno pianificati.
Recuperare quelle pratiche, ha osservato, significa non soltanto spendere meno, ma restituire valore al cibo.
Mercati, biologico e prodotti di prossimità
Carpentieri ha poi chiesto a Berrino come distinguere un prodotto realmente sano e quale sia la scelta più sicura tra supermercati, mercati e produttori locali.
Berrino ha consigliato di privilegiare, quando possibile, alimenti stagionali, biologici e provenienti da coltivazioni vicine. Ha inoltre sostenuto che acquistare direttamente dai produttori possa offrire un vantaggio economico rispetto alla grande distribuzione.
Anche in questo caso è necessaria una precisazione. Un prodotto locale non è automaticamente biologico, così come la vendita in un mercato non garantisce, da sola, l’assenza di prodotti fitosanitari. Per identificare un alimento biologico occorre verificare la certificazione e, per i prodotti confezionati, il logo europeo accompagnato dal codice dell’organismo di controllo.
Quanto ai benefici sanitari del biologico, gli studi disponibili mostrano possibili associazioni positive, ma le evidenze non sono ancora sufficienti per sostenere in modo definitivo che il consumo di prodotti biologici riduca direttamente il rischio di tumori o malattie cardiovascolari. La stessa ricerca presentata nel 2026 in ambito IARC sottolinea che le prove disponibili restano limitate.
Bevande zuccherate e prodotti “zero”
Nella parte conclusiva, Carpentieri ha chiesto a Berrino quali fossero, tra gli alimenti processati più diffusi, quelli da evitare con maggiore attenzione.
L’epidemiologo ha indicato soprattutto le bevande zuccherate e quelle “zero”. Sul primo punto, le indicazioni internazionali sono chiare: l’Organizzazione mondiale della sanità associa il consumo abituale di bevande zuccherate a una maggiore introduzione di calorie e al rischio di aumento di peso, obesità, diabete e altre malattie non trasmissibili.
Per le bevande con edulcoranti non zuccherini, il quadro richiede maggiore cautela. L’OMS ne sconsiglia l’utilizzo come strategia di lungo periodo per il controllo del peso, ma precisa che la raccomandazione è condizionale e non equivale a dichiarare ogni dolcificante pericoloso alle quantità autorizzate.
Ripartire dal controllo della spesa
Nella riflessione conclusiva, Cacciola ha sostenuto che riorganizzare il modo di fare la spesa possa rappresentare uno dei primi passi per recuperare l’equilibrio economico.
L’alimentazione occupa una posizione centrale nei bilanci familiari. Riprendere il controllo di questa voce significa imparare a pianificare, distinguere tra necessità e impulso, evitare il ricorso sistematico al credito e ricostruire progressivamente la gestione dell’intera sfera finanziaria.
Carpentieri ha chiuso il confronto ricordando che mangiare bene non deve essere considerato necessariamente un privilegio. Cercare prodotti stagionali, cucinare ingredienti semplici e dedicare tempo alla scelta del cibo può essere un investimento, non soltanto per il portafoglio, ma anche per la salute.
La conclusione della puntata restituisce così un messaggio che va oltre la nutrizione: il carrello della spesa è diventato uno degli indicatori più immediati della condizione economica delle famiglie italiane. Intervenire sulle abitudini di consumo può aiutare, ma non può sostituire politiche capaci di sostenere i redditi e contrastare la povertà alimentare.
Mangiare sano non dipende soltanto dalla volontà individuale. Dipende anche dal tempo disponibile, dall’educazione alimentare, dall’accessibilità dei prodotti e, soprattutto, dalle risorse che rimangono alla fine del mese.