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Debiti e fisco: qual’è il reddito minimo per non pagare?

Debiti e fisco: qual’è il reddito minimo per non pagare?

Il 1° luglio 2017 Equitalia S.p.A. Si è ufficialmente sciolta, lasciando il posto all’Agenzia delle Entrate-riscossione: ente pubblico, posto sotto al controllo dell’Agenzia delle Entrate, che è  subentrata a titolo universale, in tutti i rapporti giuridici attivi e passivi delle società del Gruppo Equitalia. In parole povere, a cambiare sono stati solo il nome e il logo dell’ente e non le regole sulla riscossione o pignoramento, dal momento che queste rispondono a delle norme, ormai in vigore dal 2005.

Tendenzialmente  è come se Equitalia non se ne fosse mai andata, fatta eccezione per il  maggior “potere” d’indagine vantato dall’Agenzia.

Questa infatti ha dalla sua parte l’articolo 3 del decreto legge 193/2016, che gli permette di accedere  alle banche dati dei rapporti di lavoro, l’anagrafe tributaria e quella dei conti corrente, in modo da poter avere un quadro della situazione finanziaria del debitore, completo ed esaustivo. Il nuovo esattore, visto il suo essere “branca” dell’Agenzia delle Entrate, ha tutti i poteri di una pubblica amministrazione: particolare che ha scatenato il panico tra i contribuenti, sopratutto “poveri”.

Esiste un reddito minimo per non pagare i debiti? Sono un nullatenente, cosa mi può fare l’Agenzia delle Entrate Riscossione? E ancora: “guadagno molto poco, il fisco può comunque farmi pignorare qualcosa”? Queste, sono solo alcune delle domande contenute nelle innumerevoli email che mi avete inviato da luglio ad oggi. Domande, che per quanto possa sembrare diverse tra loro girano tutte intorno ad un unico concetto: il redditto minimo del contribuente, che blocca l’azione dell’Agenzia delle Entrate.

Ed ecco la risposta che cercate.

Agenzia delle Entrate Riscossione e debiti non pagati: la differenza la fa la busta paga

Quando un mio assistito o una persona che mi contatta in cerca di una consulenza, mi chiede del reddito minimo intoccabile dall’Agenzia delle Entrate Riscossione, io già so che intende il famoso “minimo vitale”, ossia quella parte di reddito destinata al sostentamento del soggetto o del nucleo familiare, che il fisco non può toccare. Sono in molti a credere erroneamente che tale concetto valga per tutti i contribuenti, sperando così di potersi salvare dalla falce implacabile del fisco.

Pur troppo però non è cosi, in quanto non esiste un vero e proprio reddito minimo per non pagare i debiti con l’AER ( acronimo di Agenzia delle Entrate Riscossione) o meglio esiste, ma viene applicato soltanto in caso di pignoramento sulla pensione.

Il concetto di minimo vitale, così come è stato chiarito nelle righe precedenti, rappresenta il limite sotto al quale la pensione non può mai scendere, mentre la restate parte viene sottoposta ad azione esecutiva per un massimo di un decimo

La quota pignorabile viene calcolata secondo delle percentuali valide anche per i lavoratori dipendenti, che elencheremo di seguito, sulla base del famoso minimo vitale, che è pari ad una volta e mezza l’assegno sociale, ossia 672,76 €. Questo, può essere considerato come il reddito minimo che un pensionato deve avere, per non pagare i propri debiti con l’Agenzia delle Entrate Riscossione.

Diverso discorso vale per i lavoratori dipendenti. In questo caso infatti, che si tratti di una busta paga di 500€ o di una da 1500€ le regole sono le stesse: il pignoramento si muove seguendo delle percentuali, applicati sull’intera mensilità.

Quindi, il pignoramento dello stipendio vale per tutti i lavoratori dipendenti che siano ricchi o poveri, entro tali limiti:

  1. Stipendi non superiori ai 2500 €, pignoramento del 10%
  2. Stipendi che vanno dai 2.500€ ai 5.000€, pignoramento del 14%
  3. Stipendi superiori ai 5.000€, pignoramento del 20%

L’applicazione delle seguenti percentuali garantisce, secondo i giudici, il rispetto del principio di uguaglianza, eliminando “la soglia minima di reddito”, che penalizzerebbe maggiormente una categoria piuttosto che un’altra.

Debiti con il fisco e donazione: ecco a cosa si va incontro

Debiti con il fisco e donazione, ecco a cosa si va incontro

Una persona sommersa dai debiti è sotto stress, e una persona stressata è incline a prendere delle decisioni errate, come quella di donare i propri beni onde evitare di vederseli portare via. Sono in molti ad usare questo escamotage nella speranza di fregare il fisco, e lasciatemi dire una cosa: è una pessima idea, che non porta a nulla di buono.

Onde evitare questo tipo di frodi, perchè di frode si tratta, la legge è pienamente dalla parte del creditore, che ha dalla sua tutte le carte in regola non solo per bloccare ogni azione, ma anche per farvi passare un brutto quarto d’ora.

Analizziamo il tutto dettagliatamente.

Debiti con il fisco e donazione: cos’è l’azione revocatoria?

Prima di entrare nel cuore del discorso, analizzando quale sia la libertà d’azione del fisco in caso di donazione dei beni con debiti pendenti, è bene aprire una parentesi sulla revocatoria: ossia un’azione che s’intraprende in tribunale, con il quale il creditore chiede al giudice di annullare tutti gli atti che il debitore ha compiuto sul suo patrimonio da li a cinque anni, a condizione che questi gli facciano temere di non poter più recuperare il suo credito. Se invece in ballo ci sono azioni a titolo gratuito, come appunto la donazione, il creditore deve poter dimostrare che il debitore era consapevole del danno che gli avrebbe arrecato, donando il suo unico bene di valore. 

Tra questi atti rientrano la vendita, l’inserimento nel fondo patrimoniale o nel trust, l’usufrutto, la servitù, la cessione dei diritti e appunto la donazione.

Nel caso il giudice accolga la richiesta, il creditore potrà agire presso la terza persona – il soggetto che ha acquistato dal debitore o che ha ricevuto la donazione – pignorando il bene o sequestrandolo. Se invece il debitore risulterà essere intestatario di altri beni, di valore uguale o superiore a quello oggetto del contenzioso, l’azione revocatoria risulterà nulla. Importante da questo punto di vista è sottolineare che l’azione revocatoria rende inefficace gli atti di disposizione del patrimonio compiuti, soltanto nei confronti del creditore che ha iniziato l’azione. Per questo, il figlio che ha ricevuto in donazione la casa dai genitori, può benissimo vedersela portar via a causa dei debiti di quest’ultimi, pur restando lui legittimo intestatario.

Stando alla sentenza della corte di Cassazione n. 7682/17 del 17.02.2017. che ha modificato il codice civile, se il creditore in questione è il Fisco l’azione revocatoria può non essere fatta, a patto che trascriva il pignoramento entro 1 anno dalla stipula dell’atto.

Quindi, ricapitolando, l’azione revocatoria  quell’atto che consente a QUALSIASI CREDITORE d’invalidare ogni vostro tentativo di salvare il patrimonio in maniera illecita, e di cui il fisco non ha neanche più bisogno. Ergo, è meglio non fare nulla, ed ora vi spiego il perché.

Debiti, fisco e donazione: quando arriva la denuncia 

Donare i propri beni al fine di evitare al fisco di metterci sopra le mani è un’azione illecita, e come tale può essere punita. Il reato in se prende il nome di “sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte”, e si è punibili solo quando:

  1. il debito riguarda le imposte sui redditi (Iva, Irpef etc…);
  2. il debito è superiore ai 50 mila €;
  3. il soggetto in questione non è titolare di altri beni.

La denuncia deve essere fatta entro e non oltre i sette anni e mezzo, dopodiché il reato va in prescrizione, ed è valida soltanto in presenza di tutti e tre i requisiti sopraelencati: al venir meno anche di uno solo di questi non c’è pericolo d’incorrere in condanne penali, neanche se si donano tutti i propri beni.

Pignoramento casa e poteri del creditore

Pignoramento casa e poteri del creditore

Quando un soggetto, per un motivo o per un altro non onora i suoi debiti, va incontro al pignoramento dei beni. Questo può essere:

  1. mobiliare, quando ha ad oggetto i beni contenuti in casa;
  2. presso terzi, quando ad essere attaccate sono le fonti di reddito non materialmente nelle mani del debitore, come nel caso della pensione o dei canoni d’affitto;
  3. immobiliare, quando riguarda l’abitazione del debitore

Tra tutti il pignoramento immobiliare è il più comune, il più temuto, e di certo quello più tutelato dalla legge: sia per quanto riguarda le azioni del creditore, che quelle del debitore. In fin dei conti “la legge è uguale per tutti”, e se da un lato bisogna stare attenti ad abusi di potere da parte del creditore, dall’altro, bisogna anche evitare azioni illegali da parte del debitore.
Analizziamo quindi nel dettaglio cos’è permesso e cosa no ad entrambe le parti, con un occhio di riguardo sui poteri dati al creditore. 

Il pignoramento della prima casa è possibile

Quello del pignoramento immobiliare è un discorso lungo e delicato, per questo è bene iniziarlo sfatando una “leggenda metropolitana”: il pignoramento della prima casa è possibile, da parte di qualsiasi creditore privato.

Diverso discorso vale invece per l’Agenzia delle Entrate-riscossione ( ex Equitalia ),che è libera d’agire, nel caso in cui il suo credito superi i 120mila €,  a meno che non si presentino le seguenti condizioni:

  1. La prima casa in questione sia anche l’unico immobile del debitore;
  2. si tratti di un abitazione civile e non di lusso
  3. il debitore abbia fissato la sua residenza, all’interno di quell’immobile.

In questo caso Equitalia NON PUO’ pignorare la prima casa, sulla quale può però accendere un’ipoteca, se il suo credito dovesse superare i 20,000€.

Pignoramento casa e fondo patrimoniale, cosa può fare il creditore?

Il fondo patrimoniale è uno degli strumenti più utilizzati, per tutelare i propri beni dall’azione del creditore. Paragonabile a quello che un tempo veniva chiamata “dote”, altro non è che un insieme di beni mobili e immobili destinati al soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Proprio per questo motivo, nel caso in cui ci siano debiti dovuti ad attività imprenditoriali, i creditori non possono rivalersi su quanto presente nel fondo: ovviamente con le dovute eccezioni.

Nel caso in cui questo sia stato istituito dopo l’insorgere del debito, il creditore può ricorrere all’azione revocatoria, se in grado di dimostrare: che il debitore ha agito con l’intento di frodarlo – inserendo per esempio la casa nel fondo patrimoniale per evitare il pignoramento – o dimostrando che il debitore non sia in possesso di altri beni, di pari o simile valore, sulla quale possa soddisfarsi. L’azione revocatoria deve essere presentata entro cinque anni, dall’iscrizione del fondo sull’atto di matrimonio, altrimenti non è più valida.

I debiti contratti per esigenze familiari invece ( mutuo per la casa, tasse universitarie etc…)  danno al creditore la piena libertà d’azione, su tutto ciò che è contenuto nel fondo patrimoniale, casa compresa. Infine, è bene ricordare che eventuali azioni esecutive già in vigore su un immobile ( un ipoteca piuttosto che un pignoramento ) non vengono annullate con l’inserimento di questo all’interno del fondo: i diritti di creditore e banca restano intatti.

Donazione e vendita di un immobile prima del pignoramento: le conseguenze

Può capitare che un debitore in preda al panico o mal consigliato, prenda delle decisione errate onde evitare di perdere la propria casa. Mossi dalla voglia di evitare che questa venga pignorata, piuttosto che ricorrere a mezzi leciti come quelli forniti dal sovraindebitamento, preferiscono vendere o donare il proprio immobile, sperando, magari, di ricavarci qualcosa.

Ebbene, sappiate che da questo punto di vista la legge è dalla parte del creditore. Nel caso il debitore doni l’immobile, può rendere inefficace la cessione trascrivendo il pignoramento entro un anno: questo gli da la possibilità di procedere con l’azione, anche se ora è di fatto un altro il proprietario. Altrimenti può avviare un’azione revocatoria entro 5 anni dalla donazione, se può dimostrare che il debitore ha donato la propria casa o immobile, con lo scopo di frodarlo.

Ugual discorso vale per la vendita, anche se con qualche vincolo in più per il creditore. Questi infatti può esercitare l’azione revocatoria entro cinque anni, a patto che sia in grado di dimostrare:

  1. Che il debitore abbia agito con l’intento di frodarlo
  2. che l’acquirente fosse a conoscenza della situazione

Equitalia: da che importo parte il pignoramento?

Equitalia: da che importo parte il pignoramento?

Di recente la società Equitalia si è sciolta, lasciando il posto all’Agenzia delle Entrate-riscossione. A cambiare però è stato solo il nome dell’ente, in quanto tutte le vecchie cartelle e i termini del  pignoramento restano in vigore. Tutte le procedure esecutive infatti, a dispetto di quanto si possa credere, sono regolate dalla legge e non dall’ente che li applica, anche se tale ente sembra detenerne il monopolio: come nel caso di Equitalia che per anni è stata il peggior incubi dei creditori.

È bene quindi fare un ripasso su quelle che sono le basi del pignoramento, partendo dall’importo non pagato che da il via al tutto.

Equitalia e i termini che fanno scattare il pignoramento

Prima di dare il via alle procedure esecutive equitalia è tenuta a rispettare un iter processuale, che permette al debitore in questione di mettersi ai ripari. Prima di tutto c’è la famosa cartella, contenente tutti i degli del debito. Se entro 60 giorni dalla notfica di questa, il debitore non provvede ad intervenire su quanto dovuto, si può dire che abbia compiuto un passo in più verso il pignoramento: ma non è ancora arrivato il momento.

Equitalia infatti, invia ancora una volta al debitore delle comunicazioni al debitore, per informarlo delle procedure che è costretta ad attuare per il recupero di quanto dovuto. Queste sono dette azioni cautelari, ed entrano in vigore per i debiti d’importo superiore ai mille euro, e solo dopo che siano trascorsi 120 giorni dall’invio per posta ordinaria, di un’ulteriore comunicazione, contenente tutti i dettagli del debito in questione.

Esse sono:

  1. Il fermo amministrativo dell’auto: al contribuente viene recapitato un preavviso di fermo amministrativo, e viene invitato a mettersi in regola entro i 30 giorni successivi. Se questo non accade si procede con l’iscrizione del fermo presso il Pubblico Registro Amministrativo, e tutti veicoli intestati al debitore vengono bloccati, ossia non possono circolare. Il contribuente potrà rientrare in possesso dei propri mezzi solo saldando il proprio debito, e presentando al PRA la liberatoria rilasciata da Equitalia. Nel caso in cui il contribuente non dovesse pagare, allora il mezzo potrà essere pignorato e venduto
  2. Ipoteca Immobiliare:  anche in questo caso al contribuente viene inviata una comunicazione di preavviso d’iscrizione di ipoteca, con invito a pagare le somme dovute entro 30 giorni. Trascorso tale termine senza azioni da parte del debitore, l’ipoteca viene iscritta presso la Conservatoria a garanzia del credito degli Enti impositori, e potrà essere cancellata soltanto con il saldo integrale del debito compreso di spese: è bene sottolineare che Equitalia può procedere all’ipoteca per debiti fino ai 20.000 €. Se il debito continua ad essere insoluto anche dopo l’iscrizione dell’ipoteca, si procede al pignoramento e alla consecutiva vendita.

Equitalia e pignoramento, il limite dell’importo vale solo per l’immobiliare

Quindi, riassumendo quanto letto in precedenza, possiamo affermare che la libertà di Equitalia in materia di pignoramento è dettata più dalle procedure che dall’importo del debito: un solo errore nell’invio delle dovute comunicazioni, e il provvedimento può essere considerato nullo.

A differenza di quanto creduto infatti, Equitalia non ha tetti minimi d’importo da rispettare nel pignoramento, a meno che non si tratti di quello immobiliare, l’iscrizione dell’ipoteca e le procedue cautelari, di cui abbiamo parlato prima.

Per quanto riguarda il pignoramento immobiliare, questo non può essere effettuato se:

  1. l’immobile è destinato ad uso abitativo e il debitore vi ha fissato la residenza
  2. E’ l’unico immobile di sua proprietari
  3. non è di lusso

La presenza di anche uno di questi requisiti rende invalidante l’importanza dell’importo del debito.

Diversamente, Equitalia può procedere al pignoramento e successiva vendita all’asta se:

  1. L’importo del debito è superiore ai 120.000€
  2. Sono trascorsi oltre i sei mesi dall’iscrizione dell’ipoteca, senza che il contribuente abbia provveduto in alcun modo a modificare la sua situazione debitoria

Anche in questo caso prima dell’avvio della procedura viene inviata una comunicazione al debitore, dove gli si intima di pagare, rateizzare o chiedere la sospensione della riscossione entro 5 giorni.

La prima casa è davvero impignorabile?

La prima casa è davvero impignorabile?

La prima casa ha per chiunque un valore affettivo oltre che monetario, ovviamente.
Acquistare la prima casa significa realizzarsi, trovare la propria autonomia, crescere.
Ma vuol dire anche “essere diventati proprietari di qualcosa” che, in barba a quanto comunemente si crede, può anche esserci portato via. La prima casa infatti non è sacra come tutti credono e può, in presenza di alcune precise circostanze, essere pignorata.

Ma andiamo con ordine, ed analizziamo il tutto nel dettaglio.

Prima casa pignorata: come, quando e perché è possibile.

La prima casa è un bene, con un valore proprio, che entra a far parte di diritto del patrimonio del soggetto in questione ergo, può essere pignorata dai creditori: questa è l’amara verità. Il bello è che, in barba ai luoghi comuni, come creditore sono da intendersi non solo la banca o la finanziaria di turno, ma qualsiasi soggetto a cui dobbiamo dei soldi, quindi: l’ex moglie a cui non abbiamo pagato gli alimenti; i figli che non abbiamo riconosciuto; la controparte che ha avuto la meglio in un processo…etc…etc…etc.

Lo so, è particolarmente dura da digerire ma, vi farà piacere sapere che per quanti possano essere i creditori in diritto di dare il via all’azione di pignoramento della vostra prima casa sono sottoposti a dei limiti, che andremo ad analizzare caso per caso.

Prima casa e pignoramento della banca

Se vi siete mai chiesti se la banca o la finanziaria possano pignorare la vostra casa, sappiate che la risposta è indiscutibilmente si: sopratutto perchè avete di sicuro acceso un ipoteca su quello stesso immobile. Tale ipoteca da all’ente creditore il diritto di vendere il bene all’asta giudiziaria, saldando il proprio debito con la somma ricavata.

È bene sapere che:

  • L’ipoteca da alla banca o alla finanziaria una precedenza sugli altri creditori, ergo, il ricavato della vendita della prima casa pignorata potrebbe anche bastare a saldare solo quel debito. Inoltre, nel caso in cui l’immobile sia stato assegnato all’ex moglie, il vincitore dell’asta giudiziaria potrebbe anche intimarle di lasciarlo;
  • La legge non pone limiti di somma per il pignoramento immobiliare, ergo, qualcuno potrebbe portare avanti l’azione esecutiva anche per debiti di modesto valore. La decisione sta al creditore, che in basa alla sua convenienza -il pignoramento e la consecutiva vendita sono procedure lunghe e costose – deciderà sul da farsi.

Prima casa e pignoramento da parte del fisco

Passiamo ora a chiarire uno degli interrogativi più grandi, motivo di notti insonni di milioni di contribuenti italiani: Equitalia può pignorare la prima casa? La risposta è NI.

Alla base di questa mia incerta risposta, corre la sottile differenza che c’è tra concetto di prima casa, e quello di unico immobile.

Come prima casa infatti, s’intende appunto la prima casa acquistata da un soggetto: questo non esclude che ce ne siano altre sparse per il territorio. In questo caso il fisco è libero di pignorare la prima casa, a patto che:

  • Siano stati acquistati o ottenuti in eredità altri immobili;

Con l’espressione “unico immobile” invece, si indica la sola ed unica casa del contribuente e, in questo caso, la legge impone l’impignorabilità da parte del fisco, a patto che sussistano le seguenti condizioni:

  • il contribuente deve aver fissato nella sua prima e unica casa la residenza;
  • non sia immobile di lusso o dal valore artistico/storico;
  • sia accatastata come abitazione civile.

Se anche una sola di queste condizioni dovesse venir meno, il pignoramento è inevitabile.

Per questo, prima di arrivare al punto di non ritorno, consiglio vivamente di cercare una soluzione alternativa, che il più delle volte, può esservi fornita dalla consulenza di un esperto. Il mancato pagamento delle rate del mutuo, giusto per fare un esempio, è tra le cause più comuni di pignoramento della casa da parte della banca.

Lo stesso contratto di mutuo però, potrebbe contenere delle irregolarità che, se impugnate, potrebbero portare all’annullamento di quest’ultimo e, in alcuni casi, anche ad un risarcimento! Oltre che al fermo dell’azione esecutiva.

Come non pagare le carte revolving

Come non pagare le carte revolving


A prima vista, una carta di credito revolving è perfettamente identica a qualsiasi altra carta di credito in circolazione e, in fin dei conti potrebbe anche essere così, se non fosse per alcune particolarità del suo funzionamento, che la rendono una sorta di vera e propria trappola di plastica.

Al di la delle normali funzionalità infatti, la carta di credito revolving presenta “un prestito incorporato”, che può essere utilizzato sia per il pagamento che per il ritiro di contanti. Tale prestito, diversamente da uno qualunque non presenta l’obbligo di pagamento mensile delle rate, permettendo all’intestatario di scegliere l’importo da versare in data libera, purchè, questa sia superiore ad una somma minima che va dal 5 al 10% del debito complessivo. 

Una vera e propria pacchia, se non fosse per gli interessi e le spese, che continuano a maturare anche su alcune somme già utilizzate. Ed è questo, il motivo del perchè sempre più intestatari delle carte revolving diventano insolventi.

Ma vediamo nel dettaglio quali sono le spese, che si celano dietro al prestito più famoso del momento.

Carte revolving: spese e interessi

Riassumendo quanto scritto nelle righe precedenti, possiamo affermare senza ombra di dubbio che la carta revolving, altro non è che un finanziamento e, in quanto tale, presenta delle spese che vengono pagate dal titolare della carta attraverso le su citate rate.
Queste sono:

  • Le spese di estratto conto
  • L’imposta di bollo
  • Commissioni sui prelievi
  • Eventuali coperture assicurative aggiuntive
  • Eventuali spese extra per la richiesta di una seconda carta destinata ad un familiare
  • Eventuali commissioni per a quota associativa annuale

E naturalmente gli interessi che nascondono un meccanismo perverso di moltiplicazione, che spesso hanno toccato i tassi d’usura, dovuti alla “libertà” con il quale è possibile ottenere tale finanziamento: per avere una carta revolving non c’è bisogno di presentare alcuna garanzia.

Quindi, quello che voi credete essere un vantaggio è in realtà una trappola, che vi catapulta in una spirale senza via d’uscita, o quasi.

Carte revolving, come non pagarla.

Contrariamente a quanto si crede, il pagamento di una rata per la carta revolving andrà, solo il parte a rimpinguare il vostro debito mentre, l’altra parte, sarà destinata al pagamento degli interessi e di tutte le altre spese elencante in precedenza. Ergo, versare le rate non serve a nulla.  L’estinzione di un debito revolving può avvenire realmente soltanto con un versamento effettuato in un unica soluzione, che in genere richiede l’apertura di un nuovo finanziamento per essere affrontato.

Praticamente, ci si trova di fronte ad una spirale discendente senza fine

Se, e di certo non ve lo auguro, doveste esservi accorti che la situazione descritta nelle righe precedenti corrisponda alla vostra, la prima cosa che vi consiglio di fare è di restare calmi, e di non prendere decisioni affrettate, che possano peggiorare la vostra situazione.

Dopodiché, a seconda della situazione in cui vi trovate, ecco come sarebbe meglio agire:

  • Se vi rendete conto di non riuscire ad estinguere il vostro debito, richiedete alla banca o alla finanziaria in questione il conteggio estintivo: un documento che attesta l’ammontare esatto del debito e, le modalità con le quali è possibile procedere al rimborso. Scriveteci a info@debitobancario.it, dopo aver analizzato il contratto e il conteggio estintivo potrà consigliarvi sulle varie possibilità a vostro favore, come la contestazione del contratto – in quanto ci potrebbero essere delle irregolarità a monte – e in questo caso, potreste addirittura riuscire a non pagare il debito dovuto alla carta revolving.
  • Se invece, credete che gli interessi applicati al vostro debito siano troppo alti – cosa che potrebbe essere vera – scriveteci a info@debitobancario.it allegando il contratto e gli estratti conto. Possiamo aiutarvi a valutare l’eventualità di un’azione legale, in caso ci si trovi di fronte ad anatocismo o usura.