Ad “A Conti Fatti”: Moda in crisi in Campania

La crisi del settore della moda non riguarda soltanto i fatturati delle imprese o la chiusura dei negozi. Dietro ogni serranda abbassata ci sono famiglie, lavoratori, fornitori, artigiani e intere filiere produttive che rischiano di scomparire.

Ad “A Conti Fatti – Il credito spiegato in modo chiaro” è stata analizzata la profonda difficoltà attraversata dal comparto dell’abbigliamento, delle calzature e della sartoria, con particolare attenzione alla situazione della Campania.

Con Elvira Carpentieri, presidente del Centro Studi sulla crisi economica delle famiglie italiane, e Francesco Cacciola, presidente dell’Osservatorio Nazionale sul Debito, intervenuto in collegamento; è stato ospite in studio Alfredo Catapano, presidente di Federmoda Confcommercio Campania e imprenditore del settore. 

Una crisi che dura da anni

Quella della moda non è una difficoltà temporanea né un fenomeno nato negli ultimi mesi. Questa è l’opinione di Alfredo Catapano. 

Dopo una breve ripresa successiva alla pandemia, determinata anche dal desiderio dei consumatori di tornare a uscire, incontrarsi e fare acquisti nei negozi fisici, le vendite hanno nuovamente rallentato.

Lo shopping, che un tempo rappresentava anche un momento sociale e di aggregazione, viene oggi effettuato sempre più spesso attraverso uno smartphone o un computer. Il consumatore può confrontare rapidamente migliaia di prodotti, acquistare con pochi clic e ricevere la merce direttamente a casa.

Questa trasformazione mette in evidente difficoltà i negozi di prossimità, che devono sostenere costi molto diversi rispetto alle piattaforme internazionali: affitti, bollette, dipendenti, imposte, magazzino e manutenzione dei locali.

La chiusura di un’attività commerciale, però, non rappresenta soltanto una perdita economica per il titolare. I negozi contribuiscono a mantenere vive e sicure le strade, illuminano i quartieri, generano relazioni e costituiscono una parte essenziale del tessuto urbano.

Quando scompare un esercizio di vicinato, si impoverisce progressivamente anche la comunità che lo circonda.

Negozi di moda sempre più in difficoltà

La crisi del settore moda rappresenta ormai una realtà frequente.  Francesco Cacciola, ha evidenziato che tra il 2012 e il 2025 le attività di abbigliamento e calzature presenti nei centri storici italiani si sono ridotte del 36,9%. 

Nel solo 2024 il saldo tra aperture e cessazioni è stato negativo per 6.459 punti vendita, pari a circa 18 negozi in meno ogni giorno.

 La contrazione dei consumi, l’aumento degli affitti e degli altri costi fissi e la progressiva riduzione dei margini rendono sempre più difficile la sopravvivenza di boutique e negozi di calzature.

 Anche attività storiche possono così essere costrette a chiudere o ad accumulare un’esposizione debitoria capace di compromettere il patrimonio costruito in anni di lavoro.

La presidente del Centro Studio, Elvira Carpentieri ha richiamato i dati diffusi da Federazione Moda Italia-Confcommercio, che descrivono una situazione particolarmente preoccupante per il commercio al dettaglio. 

Nel 2024 il saldo tra nuove aperture e cessazioni è stato negativo per 6.459 punti vendita, equivalenti a circa 18 negozi in meno al giorno, ossia uno ogni 80 minuti. Tra il 2019 e il 2024 il comparto ha perso complessivamente 23.322 negozi di moda e oltre 35.000 posti di lavoro.

Il dato assume una rilevanza ancora maggiore per la Campania, che, secondo la Regione, conta circa 22.000 imprese attive nella filiera della moda ed è la seconda regione italiana, nonché la prima del Mezzogiorno, per numero di imprese del settore. 

La crisi non dipende da una sola causa, ma dalla combinazione tra riduzione dei consumi delle famiglie, aumento degli affitti e dei costi di gestione, pressione fiscale, concorrenza delle grandi piattaforme internazionali e trasformazione delle abitudini di acquisto. 

Come osservato dal presidente di Federmoda Confcommercio Campania Alfredo Catapano, nelle strade storicamente dedicate all’abbigliamento, come via Toledo e corso Umberto a Napoli, alla chiusura dei negozi di moda si accompagna sempre più spesso l’apertura di attività rivolte alla ristorazione veloce o al turismo, con il rischio di modificare profondamente l’identità commerciale della città.

Caso concreto: magazzino invenduto, concorrenza online e crisi dei negozi

Un commerciante del settore moda acquista spesso la merce molti mesi prima della stagione, anticipando denaro o assumendo impegni verso i fornitori. Se le vendite non raggiungono i risultati previsti, può ritrovarsi con il magazzino pieno, poca liquidità e debiti ancora da pagare. 

Come spiegato da Francesco Cacciola, la vendita mediante forti sconti o agli stocchisti consente di recuperare parte delle somme investite, ma spesso comporta perdite significative e può non essere sufficiente a riequilibrare l’attività. 

In questi casi si possono valutare accordi con i fornitori, trattative stragiudiziali o, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, strumenti di composizione della crisi da sovraindebitamento. In chiave preventiva, può essere utile limitare le rimanenze e ricorrere maggiormente ai canali del pronto moda, così da seguire più rapidamente le tendenze senza immobilizzare eccessive risorse.

A questa difficoltà si aggiunge la concorrenza delle grandi piattaforme internazionali. 

Elvira Carpentieri, ha riportato un dato importante:  nel 2024 sono entrati nell’Unione europea circa 4,6 miliardi di piccoli invii, per la maggior parte provenienti dalla Cina. 

Un negozio di Napoli, Caserta o Salerno, che deve sostenere affitto, utenze, dipendenti, imposte e costi di magazzino, difficilmente può competere sul prezzo con prodotti acquistabili online a pochi euro. Carpentieri ha quindi rivolto ad Alfredo Catapano una domanda diretta: «Cosa sta facendo l’Europa per tutelare il settore della moda e i commercianti che operano nel rispetto delle regole?» Catapano ha denunciato una risposta istituzionale ancora insufficiente e una forte disparità rispetto alle piattaforme estere e alle vendite informali effettuate attraverso i social. 

Pur essendo stati introdotti controlli più severi, procedimenti nei confronti delle grandi piattaforme e nuove misure doganali sui piccoli invii, resta da verificare se questi interventi riusciranno concretamente a ridurre il divario competitivo e a proteggere i negozi di prossimità.

 

Quando i debiti diventano insostenibili

Francesco Cacciola ha confermato che negli studi specializzati arrivano sempre più spesso commercianti del comparto moda che non riescono più a sostenere gli impegni assunti.

Si tratta di titolari di boutique, negozi di scarpe e attività storiche che, dopo anni di lavoro, non riescono più a pagare regolarmente affitto, fornitori, imposte e finanziamenti.

Nei casi meno gravi può essere possibile intervenire attraverso una riorganizzazione aziendale, una rateizzazione dei debiti, una trattativa con i fornitori oppure una progressiva riduzione del magazzino.

Quando invece l’attività ha cessato di produrre reddito sufficiente e il debito è divenuto strutturalmente insostenibile, può essere necessario valutare trattative stragiudiziali o gli strumenti previsti dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento possono, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, consentire una gestione ordinata dell’esposizione debitoria.

Non rappresentano, tuttavia, una cancellazione automatica dei debiti e richiedono un’analisi approfondita della situazione personale, patrimoniale e imprenditoriale del debitore.

Intervenire tempestivamente è fondamentale.

Continuare ad accumulare debiti nella speranza di una ripresa non supportata da dati concreti può aggravare la posizione, compromettere il patrimonio personale e rendere più difficile la ricerca di una soluzione. 

Cacciola fa una riflessione: rimettersi solo alla giustizia, potrebbe portare ad una lungaggine eccessiva che potrebbe essere controproducente per la vita dell’attività.Il consiglio è quello di utilizzare i social per cercare di vendere di più, per poter pagare tutto a fine mese.

Il peso del fast fashion

Un capitolo centrale messo in evidenza dalla presidente del centro studi, è quello  del fast fashion. Un mercato basato sulla produzione e vendita rapida di capi nocivi e a prezzi estremamente contenuti.

Il consumatore può acquistare un capo a pochi euro, senza uscire di casa e con una scelta potenzialmente illimitata.

Per il piccolo commerciante è quasi impossibile competere esclusivamente sul prezzo.

Un negozio italiano deve sostenere costi che non possono essere eliminati: affitto, personale, energia, contributi, imposte, gestione del magazzino e rispetto degli obblighi normativi.

Il prodotto venduto può inoltre essere di qualità superiore, ma questa differenza non sempre viene percepita da un consumatore che, a causa delle difficoltà economiche, è costretto a scegliere l’alternativa meno costosa.

Nel corso della trasmissione è stato sottolineato anche il tema della disparità fiscale tra imprese che operano stabilmente in Italia e grandi operatori digitali che hanno sede all’estero.

La concorrenza non riguarda più soltanto altri negozi regolarmente strutturati, ma anche venditori informali che utilizzano i social network per commercializzare prodotti senza sostenere gli stessi costi e senza garantire necessariamente le medesime tutele ai consumatori.

Famiglie impoverite e negozi in crisi: un circolo vizioso

La crisi dei commercianti e quella delle famiglie sono strettamente collegate.

Una famiglia con un reddito insufficiente, un mutuo da pagare, finanziamenti in corso e costi quotidiani in aumento tenderà inevitabilmente a ridurre le spese considerate non indispensabili.

Il consumatore non sceglie sempre il prodotto più economico per superficialità o disinteresse verso la qualità. Molto spesso lo fa perché non dispone di risorse sufficienti.

Ma la riduzione degli acquisti nei negozi locali provoca nuove chiusure, perdita di posti di lavoro e ulteriore impoverimento del territorio.

È un meccanismo che si autoalimenta: la povertà riduce i consumi, la riduzione dei consumi indebolisce le imprese, la crisi delle imprese genera disoccupazione e la disoccupazione produce nuova povertà.

Secondo Cacciola, una risposta efficace dovrebbe necessariamente partire dal rafforzamento della capacità di spesa delle famiglie.

Tra le misure discusse vi sono la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, l’introduzione di strumenti per rendere più sostenibili gli affitti commerciali e una tassazione più equilibrata dei grandi operatori del commercio online.

Sostenere le microimprese non significa soltanto proteggere un interesse economico privato. Significa difendere il tessuto sociale, produttivo e occupazionale delle città.

Contraffazione, sicurezza e criminalità

La puntata ha affrontato anche il problema della contraffazione.

Carpentieri ha richiamato i dati relativi ai sequestri di prodotti contraffatti o falsamente etichettati come realizzati in Italia.

La contraffazione non danneggia soltanto i marchi e le imprese regolari.

I prodotti possono essere realizzati senza il rispetto degli standard di sicurezza, utilizzando materiali non controllati e potenzialmente dannosi per la salute.

Inoltre, il commercio illegale sottrae risorse all’economia regolare, alimenta circuiti criminali e costringe i commercianti onesti a confrontarsi con prezzi che non possono essere replicati nel rispetto delle regole.

Napoli è particolarmente esposta al fenomeno, soprattutto nelle aree ad alta affluenza turistica, ma la contraffazione interessa anche altre grandi città italiane.

Catapano ha sottolineato la necessità di una campagna di sensibilizzazione rivolta ai consumatori.

Acquistare un prodotto falso non è una scelta priva di conseguenze. Significa sostenere una filiera irregolare e, in determinate circostanze, esporsi anche a sanzioni.

Dietro il venditore ambulante visibile in strada può esserci una struttura criminale molto più ampia. Per questa ragione, il contrasto alla contraffazione richiede controlli coordinati, informazione e collaborazione tra istituzioni, imprese e cittadini.

Slittamento della data dei saldi

Un tempo i saldi rappresentavano per molti commercianti la principale occasione per svuotare il magazzino, recuperare liquidità e chiudere la stagione con un risultato sostenibile.

Oggi questo strumento appare meno efficace.

Da una parte, il consumatore è abituato a trovare sconti durante tutto l’anno sulle piattaforme online. Dall’altra, il cambiamento climatico ha modificato la durata effettiva delle stagioni.

I saldi invernali possono iniziare quando le temperature sono ancora relativamente miti, mentre quelli estivi partono proprio nel momento in cui cresce la domanda di costumi, abiti leggeri e altri prodotti stagionali.

Secondo Federmoda Campania, sarebbe opportuno posticipare l’inizio dei saldi, riportandoli alla loro funzione originaria di vendite di fine stagione.

Vendere in sconto durante il periodo di maggiore domanda riduce i margini delle imprese e può rendere ancora più difficile la copertura dei costi.

Anche in questo caso, però, esiste una forte differenza tra le attività situate nelle grandi vie turistiche e i negozi di quartiere.

Gli esercizi dei centri urbani più frequentati possono registrare incassi stabili o in crescita grazie alla presenza dei visitatori. Le piccole attività locali, invece, continuano a dipendere prevalentemente dalla capacità di spesa dei residenti.

Il negozio del futuro deve diventare impresa

Nonostante le difficoltà, il commercio della moda non è necessariamente destinato a scomparire.

Secondo Cacciola, ciò che deve cambiare è il modo di concepire l’attività.

Non è più sufficiente aprire la serranda, esporre la merce e attendere il passaggio dei clienti. Il negoziante deve assumere pienamente una mentalità imprenditoriale, analizzare il mercato, monitorare i costi, utilizzare i social network, costruire una presenza digitale e sviluppare forme di vendita online.

L’obiettivo non deve essere quello di imitare le grandi piattaforme sul prezzo, ma di valorizzare gli elementi che distinguono il commercio locale: qualità, competenza, rapporto personale con il cliente, selezione dei prodotti, assistenza e identità.

Anche la gestione del magazzino deve diventare più flessibile.

Ridurre gli acquisti anticipati, ricorrere maggiormente a fornitori capaci di garantire consegne rapide e seguire i trend senza immobilizzare eccessive risorse può contribuire a limitare il rischio.

L’innovazione, tuttavia, richiede formazione.

Molti piccoli commercianti non dispongono delle competenze tecniche necessarie per gestire campagne pubblicitarie, piattaforme digitali, analisi dei dati e nuovi canali di vendita.

Per questo, come sottolineato da Carpentieri, le istituzioni e le associazioni di categoria dovrebbero accompagnare concretamente gli imprenditori nella trasformazione digitale.

Tutelare la sartoria e l’identità produttiva di Napoli

La moda campana non è soltanto commercio. È anche storia, artigianato, cultura e riconoscibilità internazionale.

La sartoria napoletana, le cravatte, le calzature, gli ombrelli e numerose altre produzioni di eccellenza vengono apprezzati e acquistati in tutto il mondo.

Dietro il prodotto finale esiste una filiera composta da sarti, modellisti, artigiani, fornitori, lavoratori specializzati e piccole imprese.

La perdita di uno di questi anelli può compromettere l’intero sistema.

Nel corso della puntata è stata rilanciata la proposta di valorizzare la sartoria napoletana come patrimonio culturale, fino a ipotizzarne il riconoscimento da parte dell’UNESCO.

Al di là del percorso formale necessario, la proposta evidenzia un’esigenza concreta: impedire che competenze tramandate per generazioni scompaiano a causa dell’assenza di ricambio e della scarsa attrattività dei mestieri artigianali per i giovani.

Professioni come quella del sarto o del calzolaio stanno diventando sempre più rare, mentre molte nuove generazioni immaginano il proprio futuro esclusivamente nel mondo digitale.

Innovazione e tradizione non devono però essere considerate alternative.

Il digitale può diventare lo strumento attraverso cui raccontare, promuovere e vendere nel mondo l’eccellenza artigianale campana.

La sfida è impedire che questo patrimonio venga progressivamente disperso, costruendo un nuovo equilibrio tra negozio fisico, innovazione digitale, sostenibilità economica e tutela delle tradizioni.

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Avv. Francesco Cacciola

Avv. Elvira Carpentieri